Rebibbia in scena: nessun uomo è un’isola

Sakhalin 04-706885Viaggio all’isola di Sakhalin” è lo spettacolo messo in scena dalla Compagnia del carcere di Rebibbia N.C. al Teatro Argentina grazie all’intervento de La RibaltaCentro Studi Enrico Maria Salerno, che offre ai reclusi laboratori di formazione e corsi inerenti lo spettacolo ed al pubblico – oltre 10.000 spettatori l’anno – una proposta di qualità a livello culturale, teatrale, cinematografico, musicale.

Al debutto ieri, 19 settembre, sarà in replica questa sera alle 21.

Lo spettacolo rientra nell’ambito del progetto Teatri di Comunità, volto ad evidenziare il legame fra arte, territorio e realtà che in esso si muovono. La trama è semplice: un medico si reca in un’isola remota, colonia penale di ergastolani posta nella gelida Russia, con l’obiettivo di analizzare in prima persona il male misterioso che affligge tutti i prigionieri, ovvero la progressiva incapacità di riconoscere e distinguere i colori: acromatopsia.

“per cambiare questa eterna prigionia con qualcosa di più razionale e rispondente a giustizia, ci mancano ancora le conoscenze, l’esperienza, il coraggio…”

Un po’ come il medico Bernard Rieux de “La Peste” di Camus, questo medico solidale ed umanista – che è poi nient’altro che Cechov – arriva come volontario, analizza i sintomi dei pazienti e si spinge oltre, discorrendo con i detenuti per capire cosa c’è oltre la loro reclusione e l’obbligo di scontare la pena. Ed è così che dietro volti anonimi si scoprono pasticceri, artisti, finti sordomuti; emergono le paure inculcate dal regime di terrore che vige sull’isola, il tremito dei reclusi all’avvicinarsi degli sconosciuti, il timore della nebbia che avanza. I dialoghi in dialetto napoletano, siciliano, romano sono inframmezzati a monologhi altamente poetici in cui i prigionieri dell’isola si chiedono il perché di questa graduale sparizione di colori, di questo grigiore diffuso che non c’era e adesso c’è.

Lo spettacolo oscilla fra dramma e commedia ed è egli stesso metafora continua della condizione dei reclusi: l’isola come archetipo di prigione, la cecità come ingrigimento dell’anima. L’uomo è un animale simbolico, si sa, e “Viaggio all’isola di Sakhalin” mette in luce questa realtà: quella che recitano i detenuti grazie alla scrittura sapiente di Valentina Esposito, altro non è che messinscena della condizione stessa del detenuto.

C’è chi è lontano dai figli, chi dalla moglie di cui teme di dimenticare i tratti, chi dipinge giorno e notte, chi tenta la fuga, chi smette di parlare, chi parla ma sa soltanto balbettare, chi vede bianco e nero e chi soltanto bianco. Simbolica è la cecità vista come epidemia, in cui echeggia Saramago; e catartico dev’essere stato per i trenta attori lavorare sulla loro stessa condizione di reclusi fino a farne oggetto artistico, estrapolando dal loro dramma personale qualcosa di cui il pubblico possa in qualche modo usufruire. Ovvero, in questo caso, una storia agrodolce e dagli alti riferimenti letterari – sì: di acromatopsia ha parlato lo scienziato cognitivo O. Sacks, mentre a viaggiare nell’isola di Sakhalin fu Cechov.

Sakhalin 02-796924Ad inaugurare la stagione dell’Argentina, ecco quindi un tutto esaurito variegatissimo con tanto di lettera di Giorgio Napolitano e del Sindaco Ignazio Marino in risposta all’invito della Compagnia.

L’entrata gratuita allo spettacolo ha permesso di allargarne la fruibilità e l’accesso, rendendo il teatro luogo inclusivo e di scambio, agorà della polis: toccante è stato il momento dei saluti accorati ai trenta attori, gli applausi che non finivano, le urla per richiamare dalla galleria lo sguardo dei propri cari prima che la pesante quotidianità li inghiottisse e li allontanasse di nuovo.

A fine spettacolo, c’è chi se ne va felice di aver visto un marito o un nonno recitare, chi trattiene le lacrime di commozione, chi riflette su quanto sia difficile, fra uomini e donne abitanti di uno stesso mondo, giudicare e giudicarsi. Ma, senza affondare in cunicoli di riflessioni, si citi lo stesso Cechov : “per cambiare questa eterna prigionia con qualcosa di più razionale e rispondente a giustizia, ci mancano ancora le conoscenze, l’esperienza, il coraggio…” . Eppure una via d’uscita rimane aperta sempre: quella dell’arte, quella della bellezza, uniche potenze in grado di riaprire la strada al futuro, alla comunicazione. Le uniche, forse, in grado di ricordare che nessun uomo è un’isola, nemmeno a Sakhalin.