Condannati, l’arroganza del potere

 

Tutti morimmo a stento
Ingoiando l’ultima voce
Tirando calci al vento
Vedemmo sfumare la luce

(F. De Andrè – Tutti morimmo a stento)

 

Il Bosco dei Cerri si anima d’incanto, quando il tramonto aggiunge al cielo i colori rubino e violetto e porta via il blu. E ad incontrarli di soppiatto s’avrebbe certamente paura, e il sangue raggelerebbe nelle vene alla vista dei fantasmi di Angelina Romano, Giuditta Guastamacchia, Michele ‘o pazzo e Giordano Bruno. È un luogo che ben si presta alla presenza degli spettri, questo; se un giorno dovessi restare legato a questa terra, probabilmente verrei qui a incutere terrore agli sventurati che abbiano il dispiacere d’imbattersi in me.

Tutti condannati a morte, i quattro. Angelina dai garibaldini, con la noncuranza di chi ha tanto ucciso da continuare a uccidere non più nemmeno per ripicca, quanto per noia. Giuditta dal cappio, e dalla malasorte di una vita trascorsa di uomo in uomo, di padrone in padrone, di umiliazione in umiliazione. Michele dai propri stessi ideali, carpiti e intesi e fatti propri dal buon cuore che all’ignorante indica la via giusta da seguire lì dove l’acume e l’intelligenza non arrivano. Giordano, si sa, dalla forza dirompente e distruttiva del proprio pensiero illuminato, inviso ai notabili, temuto dai potenti.

Più che di condanne a morte si parla di potere, infatti, nel Bosco dei Cerri del Real Sito di Carditello, splendida location scelta dall’Associazione Culturale NarteA per rappresentare “Condannati – I delitti della Storia”, scritto da Febo Quercia e Antimo Casertano, quest’ultimo anche interprete con Luigi Credendino, Daniela Ioia, Irene Grasso.

Si parla del potere che rivendica e celebra se stesso, e di quella sua tracotante e vile e insolente arroganza, che travalica i secoli ed è sempre attuale, così come attualissima e moderna risulta essere la rappresentazione, decisamente ben collocata nelle quattro location scelte come sipario naturale.

Si parla del potere che rivendica e celebra se stesso, e di quella sua tracotante e insolente arroganza, che travalica i secoli ed è sempre attuale

Il testo riecheggia tra i cerri, intenso e appassionato nel pianto di Angelina, che pare rinascere e rivivere davvero, per un momento, attraverso la grinta spavalda e intensa di Daniela Ioia, che si è prestata al vernacolo siciliano incarnandolo perfettamente. Brulica di sottile amarezza, e di compianta rassegnazione, e grida rabbia e vendetta la splendida Irene Grasso offrendo voce a Giuditta Guastamacchia, che si risolse all’omicidio per evitare lo scandalo di una torbida relazione con un prete. Michele ‘o pazzo e Giordano Bruno celebrano entrambi, pur se per motivi e con fini diversi, la vittoria del coraggio e del libero pensiero sulla protervia e sull’oscurantismo del potere, un potere che oggi come allora mira soltanto a perpetuare se stesso e a fare in modo che nulla cambi.

E sembra di vederle, le guardie indifferenti a ogni richiesta e sorde a ogni richiamo; sembra di sentirlo, l’odore acre e dolce della carne umana bruciata dal rogo; sembra di leggere la disperazione negli occhi di Angelina, e di vederla tuffarsi dal suo scoglio; sembra di udire palpitare il cuore di Michele, tanto che il testo è intenso, tanto che la sua lettura è appassionata.

«Questo mio nuovo lavoro parte da una riflessione sulla giustizia sommaria – spiegano Quercia e Casertano. Abbiamo voluto interrogarci e interrogare la Storia su quanto valga la vita umana: quali sono i limiti oltre i quali un uomo non può spingersi? Per farlo abbiamo adottato punti di vista diversi, dando voce a chi come Giordano Bruno è stato già assolto e a chi, come la piccola Angelina Romano, non ha mai avuto voce. La pena di morte è una soluzione troppo estrema persino per una donna efferata come Giuditta Guastamacchia, dentro il cui cuore si celano motivazioni che hanno diritto di essere ascoltate e comprese. Poi c’è chi come Michele ‘o pazzo è stato ucciso per un ideale di cambiamento. Per quella rivoluzione a cui Napoli non era ancora pronta. Voci e nomi che ci restituiranno una visione della giustizia ricca di contraddizioni: al pubblico rimanderemo invece il giudizio su ciascuno di loro».

Si parla di potere, quindi, e dell’insolente arbitrio della condanna a morte, ma anche del coraggio e dell’innocenza che la morte non temono, e della eternità del pensiero libero, che travalica ogni condanna perché destinato a non morire mai. Un testo, quattro testi, che sorprendono, complessivamente, per la propria attualità, e che senza nulla togliere alla superba location, vedremmo degnamente rappresentato anche tra le migliori quattro pareti.

Avendone occasione, non perdetelo.

Abbiamo visto:
Condannati, i delitti della Storia
di Febo Quercia e Antimo Casertano.
Produzione Associazione Culturale NarteA e Fondazione Real Sito di Carditello.
Si ringrazia l’Ufficio Stampa. Info qui.

L’idea di creare amuse .it è stata sua. Ma è il suo unico merito, tutto il resto è opera di tanti altri. Non va mai a dormire se non è morto di sonno. Scrive dalla tenera età; ama viaggiare, scoprire, conoscere. Emozionarsi.