La cucina del nonsense

Certo è che oggi, in tempi di Master Chef ma soprattutto di Expo 2015 e di #nutriamoilpianeta, portare in scena uno spettacolo intitolato “Note di cucina” è senz’altro una mossa furba. Tanto di cappello quindi al regista dello spettacolo, in scena al Teatro dell’Orologio di Roma fino al 17 aprile, Giuseppe Roselli.

Alla vigilia dell’Expo, il regista si fa coraggio e porta sul palcoscenico uno spettacolo dissacrante che critica amaramente il nonsense fra i fornelli e…nella vita.

Che poi l’evento sembri echeggiare, ma solo se valutato con occhio superficiale, il progetto milanese del teatro-cucina ( QUI ) , è un particolare che non ci interessa.Note-di-Cucina-Foto-di-Manuela-Giusto

A noi interessa “Note di cucina” perché il titolo è richiamo ai golosi ed allettante pretesto per portare in teatro il paradosso umano secondo cui il senso della propria esistenza può combaciare con il massimo del nonsense. Oltre Godot e compagnia bella. Pretesto anche per accaparrarsi la libertà di schiaffare davanti allo spettatore un paggio in look rinascimentale dal fare alla Antony and the Johnsons che declama versi, intona canzoni e scandisce i dettami del Galateo, poi sostituirlo a flash di tragedie familiari emerse rimirando la somiglianza delle proprie mani a quelle di un padre odiato, rievocando le risate di un figliolo ubriacato a forza perché possa meglio sopportare un mondo presuntivamente idiota azzerandogli il cervello. Successivamente, sempre in queste “Note di cucina” vediamo ricomparire il cantore (Antony, sì, chiamiamolo così) in nuove vesti, con una grottesca parrucca: il liuto che aveva accompagnato i suoi canti rinascimentali tace e lascia che interpreti un parodico Riccardo Cocciante, che la sua presenza prima lugubre si tramuti in macchietta che anima un conviviale karaoke fra amici.

“Note di cucina” si accaparra la libertà di lasciar perdere quella cucina evocata nel titolo e tenere in gioco soltanto le note: di canzoni commerciali, di opera e brani di musica classica, di canti solitari, di liuti, di motivetti anni Ottanta. Poi ogni tanto si lascia andare a prove di virtuosismo dal ritmo serrato e peripezie caricaturalmente splatter di uomini che mettono su pezzi surreali per conquistare donne a suon di cene da Maxime e ricette elaborate, chicche culinarie e raffinatezze varie. O anche matrimoni visionari a sfondo umanitario in scenari pomposi e spettacolari con ospiti come Sting, Niki Lauda, gli attivisti di Greenpeace, una cifra enorme di eurodeputati e di negri (sic) saziati a suon di caviale e champagne mentre Obama e moglie sono lasciati in un angolo a saziarsi con un volgare hot dog.
Dall’inizio alla fine, “Note di cucina” sa scaraventare lo spettatore in un ping pong verbale di aforismi sul vivere e sopravvivere, annegare nella vita o rimanere a galla, filosofia da due soldi fatta di accostamenti ed opposizioni che inaspettatamente poi si fanno tragici, come quando una voce spezzata rivela che nella vita si prendono solo strade sbagliate ma che è impossibile non avanzare, non scegliere, non imboccarne una. Come quando si riflette sulla prigionia dell’esistenza che a tutti ha “abortito la possibilità di non nascere”.
Ne risulta un vortice verbale, ci si confonde, si perde il filo conduttore e, nonostante qualche piccola esitazione della compagnia, il risultato è quello cercato e rivelato soltanto al culmine dello spettacolo, nella stasi catartica delle stoviglie equidistanti ordinate sul tavolo, dei vassoi e dei chiaroscuri, dei dipinti sospesi sulle note del liuto, della religiosità culinaria risucchiata da ogni spettro di divinità.

“Questo è il senso della mia esistenza.
Questo è il massimo del nonsense”.

È tutto chiaro.

E forse l’uso della cucina come immagine del senso e al tempo stesso del nonsense è più che mai azzeccata alla riflessione di fondo dello spettacolo costruito sul testo di Rudy Garcia. Azzeccata per come stiamo esasperando l’atto più semplice, istintivo e naturale della nostra esistenza, metafora di come lo stiamo saturando di simboli e significati, di come dal caricarlo di significato allo svuotarlo di ogni senso il passo è breve, troppo breve. Sta in quell’aggiunta di spezie in più, in quell’ostinato e forzato ritorno alle origini e alle tradizioni, in quel cappello troppo gonfio di fronte alla telecamera, che altro non è se non una qualsiasi delle maschere con cui recitiamo la nostra parte nella vita e nelle cucine e nel food. Ma questo è un altro discorso.

Note di cucina
di Rodrigo García
Teatro dell’ Orologio – Via dè Filippini 17/a – Roma
Sala Moretti dall’8 al 19 aprile 2015
dal martedi al sabato ore 21.30 – domenica ore 18.00
Regia di Rodrigo Garcia
con Giancarlo Fares, Giorgio Carducci, Mariasilvia Greco, Alessandro Porcu e Sara Valerio
adattamento e regia di Giuseppe Roselli
al liuto Simone Colavecchi
costumi Francesca Di Giuliano
disegno luci Marco Scattolini
aiuto regia Cecilia Di Giuli
consulenza musicale Maurizio Farina
foto e grafica Manuela Giusto e Omar Falcini
scene Ciro Paduano