Muratori, costruire su fragili basi

C’è un livello di intimità che si consuma con la condivisione, che si nutre di spontaneità, che si accende, si sviluppa, mette radici quando l’amicizia si declina nei termini dell’amore. Che nasce spartendosi la fatica, abbracciando un sogno, dividendo un panino – una marenna – in pausa pranzo.

Credevo all’inizio, e l’ho creduto per un pezzo, che i sogni, l’amicizia, fossero il tema vero: quanto Muratori – di Edoardo Erba, per la regia di Peppe Miale, in scena al Teatro Piccolo Bellini di Napoli – si proponesse di dirci. Che il testo volesse rappresentare quando fossero inossidabili le relazioni amicali, e quanto un progetto comune possa costituirne la linfa vitale.

Poi però arriva lei. Evanescente come un fantasma, improvvisa come un sogno

Poi però arriva lei. Evanescente come un fantasma, improvvisa come un sogno, accecante com’è la nebbia quando in auto si avanza con gli abbaglianti. Un abbaglio, per l’appunto. E, ancora scossi per avere appena rischiato l’incidente, spenti i proiettori e abbassate le luci, mentre si procede coi fendinebbia, ci si rende conto che di incorruttibile non c’è proprio nulla e che tutto in fondo ha un prezzo, e ci sorprendiamo nel constatare che quel prezzo saremmo stati disposti a pagarlo senza esitazioni, specie se si presenta sotto le mentite spoglie di un amore possibile, di una seduzione verosimile, della promessa di un viaggio, di una esperienza, di un orgasmo che accorci la strada e ce ne indichi un’altra, nella direzione che ci fa sentire vivi.

Il tema si sposta pertanto verso una riflessione sulla volubilità dell’animo umano, su quanto possano essere fragili le basi su cui poggiano anche le più granitiche promesse, e s’introduce come fil rouge principale il tradimento: di una fiducia, d’un sogno, di un progetto comune, d’un amico. Non c’è tenacia che non si sgretoli davanti alla promessa che un sogno fa a chi sa sognare.

 

Ma che sarà – Que seràche vive nell’idea di questi amanti, che cantano i poeti più deliranti, che giurano i profeti ubriacati, che sta sul cammino dei mutilati? Le parole della canzone di Chico Buarque non ci aiutano, non danno un nome a questa cosa. È quel che non ha ragione nè mai ce l’avrà, quel che non ha rimedio nè mai ce l’avrà, quel che non ha misura.

È lo slancio forse, quello che fa spiccare il volo per davvero, che se ne fotte delle conseguenze, che risica nella speranza di rosicare, che spariglia le carte, che non evita di andare in alto per timore della caduta, che non teme il giudizio della gente, che non ci impedisce di amare perché l’amore è impossibile, breve, o giusto perché finirà.

lo slancio che ci fa diventare ladri – ladri di vita – quando la vita ce ne presenta l’occasione e prima che ci presenti il conto

È lo slancio di chi vive tiepidamente ma in fondo non aspetta altro; è lo slancio che ci fa diventare ladri – ladri di vita – quando la vita ce ne presenta l’occasione e prima che ci presenti il conto, che ci fa solcare l’oceano convinti del fatto che al di là dal mare ci siano le Indie, contando di vincere la scommessa, o quantomeno di farla un poco franca, di non rimetterci tutte le penne.

È lo slancio il tema vero, sullo sfondo del tema sociale della crisi del teatro, che cede spazi, all’esterno così come al suo interno, alle dinamiche del consumismo: tema questo che assurge a pretesto, divenendo quasi marginale.

L’incarico sarebbe gravoso per qualsiasi attore, ma così non pare essere stato per Massimo De Matteo e Francesco Procopio, che calcano la scena senza calcarla, con la delicatezza e la sensibilità di chi indossa la maschera calandosi completamente nella parte. Quando si ha la fortuna di assistere a una performance nella quale l’attore non sembrerebbe recitare, si può dire di aver vissuto davvero il teatro.

 

 

E così, nell’inciampo della lingua napoletana, che ha offerto a Miale oceani di sfumature alle quali ha attinto con sapienza, si scopre un mondo fatto di battute grevi e tratti umani, di improperi e fatica, di gerghi popolari e sudore misto a calce. Un mondo che si cala nei personaggi mentre quelli si calano nel mondo tentando di sbarcare il lunario mossi da un progetto. Ma sono due ritratti di due vite irrisolte, l’una nel rimpianto d’una esistenza senza amore, l’altra nel rimorso di un amore perduto. E non si può dire davvero, tra il rimorso e il rimpianto, quale sia il calice meno amaro, quale la disperazione minore, laddove per entrambi la speranza è sostituita da un progetto nuovo, un sogno di benessere che non è felicità, ma surrogato di felicità.

sono due ritratti di due vite irrisolte, l’una nel rimpianto d’una esistenza senza amore, l’altra nel rimorso di un amore perduto

Signorina mia, diceva Totò nella celebre intervista a Oriana Fallaci, la felicità è fatta di attimi di dimenticanza: è breve, fugace per sua natura, e per l’occasione offerta con gentile grazia su un piatto d’argento, forse di peltro, dalla signorina Julie, nella pregevole interpretazione di Angela De Matteo.

Muratori è una storia che è un inno all’umanità, che disegna i tratti di una amicizia delicata, che ne tratteggia le fragilità attraverso una spontaneità ricca, vera, autentica, verace. Che ne descrive le possibili derive, e ipotizza tradimenti laddove la scelta si riduce al tradire l’amico, tradire un sogno, o tradire se stessi.

Qualcuno bisogna pur tradire, a questo mondo, sembra suggerirci il testo. È forse questo il prezzo da pagare, per rimanere fedeli.

Abbiamo visto:
Muratori
di Edoardo Erba
per la regia di Peppe Miale
Con Massimo De Matteo, Francesco Procopio, Angela De Matteo
Al Teatro Piccolo Bellini di Napoli
Si ringrazia l’Ufficio Stampa
info e biglietti qui

L’idea di creare amuse .it è stata sua. Ma è il suo unico merito, tutto il resto è opera di tanti altri. Non va mai a dormire se non è morto di sonno. Scrive dalla tenera età; ama viaggiare, scoprire, conoscere. Emozionarsi.